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Cos’è il fantasy?

July 26, 2016

L'amuleto del SonnoOggi, cari lettori, abbiamo il piacere di parlare di Iskìda della Terra di Nurak e del fantasy con Andrea Cannas, Ricercatore di Letteratura italiana medievale della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari.

Professor Cannas, cos’è il fantasy?

Entro gli sterminati territori della letteratura fantastica non è sempre agevole né particolarmente sensato erigere steccati che distinguano nettamente i vari generi e sottogeneri. Attraverso una serie di inevitabili approssimazioni, e dunque per convenzione, ha avuto successo una definizione secondo la quale il fantasy, a differenza per esempio dalla fantascienza, tende a imbastire narrazioni (e mondi) in cui il soprannaturale ‒ la magia, la stregoneria, le imperscrutabili forze del bene e del male ‒ gioca un ruolo fondamentale e non di rado trae ispirazione dal folklore. I cronotopi deviano o addirittura stravolgono le coordinate spazio-temporali consuete, anche se perlopiù la presenza di eroi che combattono con la spada, come accadeva per gli invincibili cavalieri dei poemi cavallereschi, suggestiona il lettore che crede d’essere stato catapultato in piena epoca medievale.

 

 

Perché in Italia è considerato un genere minore?

Credo che siano rimasti gli stolti a pensare seriamente una roba del genere. Non vorrei dover citare quanto dichiarato da Fabrizio De André a proposito della pretestuosa distinzione fra arti e generi, ma, insomma, sono sostanzialmente d’accordo con lui. Non esistono arti maggiori e arti minori, e neppure generi di serie A e B, per quanto la gerarchizzazione faccia comodo e venga spesso e non a caso fomentata dagli ambienti più insospettabili che tendono a una interessatissima istituzionalizzazione della cultura ‒ esiste invece una serie di differenze tecniche, di codici e di linguaggi, che andrebbero studiati per cogliere e godere della varietà delle forme che l’universo letterario ci prospetta. Prima facevo riferimento al vasto ambito della letteratura fantastica: ebbene, quando ti ritrovi fra le mani un libro di Philip K. Dick, o Il signore degli anelli di Tolkien, oppure ancora Le città invisibili di Calvino dovresti riflettere sull’evidenza che ti è capitato un capolavoro fra le mani, e a quel punto diventa del tutto secondario se si tratti di un romanzo di fantascienza, di una saga fantasy o di una silloge di racconti fantastici con cornice. In tutti i casi, come aveva opportunamente notato lo stesso Italo Calvino, un testo che appartenga alla letteratura fantastica obbliga l’autore a uno sforzo supplementare: l’universo fantasy, così come il mondo di In senso inverso, ha le sue leggi inderogabili ‒ magari leggi e convenzioni del tutto dissimili rispetto a quelle che ci sono più familiari: ma esse sono chiamate a costituire un tutto coerente, ed entro la dimensione della finzione devono sempre funzionare a pieno regime.

 

Perché generalmente si associa il fantasy ai bambini e ai ragazzi?

Forse perché, come aveva notato Tolkien, «i bambini sono capaci, naturalmente, di una credulità letteraria, quando l’arte di chi compone la storia è sufficientemente buona da produrla. Questa attitudine mentale è stata chiamata sospensione volontaria dell’incredulità […] Ciò che avviene in realtà è che il compositore della storia si dimostra un “sub-creatore” riuscito. Egli costruisce un Mondo Secondario in cui la nostra mente può introdursi. In esso, ciò che egli riferisce è “vero”: in quanto in accordo con le leggi di quel mondo. Quindi ci crediamo, finché, per così dire, restiamo al suo interno. E d’altra parte, tornando alla tua domanda, così pure si associano le fiabe (e, secondo alcuni “addetti ai lavori”, c’è almeno alle origini una certa contiguità fra mondo delle fiabe e fantasy) ai lettori più giovani. Il mercato editoriale ha poi ovviamente le sue fasce di pubblico privilegiato. E tuttavia, se Pinocchio (per restare nell’ambito del fantastico e della fiaba) è il personaggio italiano più noto nel mondo, sarà pure perché il libro circola soprattutto fra i bambini e i ragazzi, eppure è solo il lettore più maturo che può cogliere i significati reconditi di quelle pagine, le sue inquietudini, il significato dell’onnipresenza della morte con la quale il protagonista è continuamente chiamato a confrontarsi ‒ insomma tutti quegli elementi che rendono l’opera di Collodi immortale ben oltre la fama dell’autore. Al di là della distinzione fra i generi, l’ottimo libro è quello che riesce a parlare a chiunque ‒ quando ovviamente la presenza di un “racconto di superficie”, che è accessibile a chiunque, sia in grado di innescare poi una piena immersione nei livelli più profondi del testo e dei significati che esso vuole veicolare. Ad ogni modo, come scriveva oltre un secolo fa Lev Tolstoj, «L’artista del futuro capirà che inventare una favola, una canzone commovente, una filastrocca» oppure «disegnare un’immagine capace di allietare decine di generazioni o milioni di bambini e di adulti è immensamente più importante e fecondo che non scrivere un romanzo o una sinfonia, o dipingere un quadro in grado di distrarre per un po’ di tempo qualche persona delle classi ricche per poi essere dimenticato per sempre».

Caminatrice di Sogni

Si può parlare di un fantasy sardo?

Chiariamo subito un concetto: non esiste in Sardegna, come nella maggior parte delle regioni del mondo, un genere della narrativa autoctono, se contempliamo l’ambito della letteratura vergata per forza di scrittura. Qualunque tipologia di prodotto letterario elaborato in forma di scrittura è stato importato nell’Isola e deriva quindi dalle tendenze che si sono imposte in Italia o in Europa. C’è invece in Sardegna una secolare tradizione orale, che per quanto concerne la narrativa ha nel racconto di veglia, nella tendenza ad attingere a un patrimonio di storie comuni recitate con la dovuta liturgia di fronte al focolare, una delle espressioni più caratteristiche: quando si tramandava un immaginario condiviso, magari racconti di janas e di giganti, di esseri demoniaci o fantasmatici. Se con la trilogia della terra di Nurak Andrea Atzori ha creato lo spazio e l’opportunità per cui una forma relativamente nuova può effettivamente affermarsi dalle nostre parti, va detto che una saga fantasy ha probabilmente più elementi in comune con il racconto di veglia di quanti non possa vantarne un romanzo verista, o crepuscolare (per andare a ritroso nel tempo) o un qualsivoglia prodotto riconducibile a un filone neorealista.

 

Cosa pensa di Iskìda della Terra di Nurak?

Penso si tratti di un’operazione coraggiosa che approda a risultati molto interessanti. Andrea Atzori, come altri autori prima di lui (e mi viene in mente il Sergio Atzeni di Passavamo sulla terra leggeri, che credo di riconoscere come una sorta di “padre spirituale”), pianifica una vasta narrazione epica con una particolare intonazione fantastica a partire da un clamoroso vuoto di informazioni, quello che aveva colto già Francesco Alziator nella sua Storia della letteratura di Sardegna, quando constatava come l’età dei primordi fosse ricca di monumenti che rivelavano la grandezza e la complessità della cultura dei primi abitatori della Sardegna ‒ i quali tuttavia non lasciarono tracce di un loro neppure troppo fantomatico repertorio epico per assenza di scrittura. Si trattava di inventare un mondo brulicante di relazioni sociali a partire da un silenzio, di fondare una sorta di mitologia di riflesso – per dirla alla maniera di Aristotele, esisteva l’opportunità di raccontare le storie per come sarebbero potute accadere.

 

cop_Iskida_III-StagioneCrede che Iskìda valorizzi la Sardegna e la cultura sarda?

Certamente, come qualunque altro libro pensato da un autore sardo il quale manifesti nelle sue pagine un preciso radicamento che ‒ ancor più che storico e geografico ‒ è in primo luogo antropologico, ovvero tragga linfa e nutrimento da un sostrato di leggende, di luoghi comuni rivisitati magari con sagace ironia, e insomma attinga liberamente da quell’immaginario condiviso cui ho fatto cenno poc’anzi. Dopo di che, la contaminazione con i segni e i luoghi di altre culture, consapevole o meno che sia, è inevitabile, e direi confortante, poiché ogni scrittore è in primo luogo il lettore di una biblioteca che non conosce, o non dovrebbe conoscere, confini nazionali.

 

 

Che consigli darebbe ai giovani scrittori interessati al fantasy?

Lo stesso consiglio che darei a qualunque altro scrittore, a prescindere dall’anagrafe. Ovvero di leggere quanto più possibile, senza star lì a punirsi autoinfliggendosi steccati di genere: perché anche lo scrittore mediocre, il quale voglia aspirare a conquistarsi l’attenzione di un pubblico che abbia una qualche consapevolezza, deve essere come minimo un buon lettore. La scrittura ‒ e vale per tutte le forme della letteratura ‒ si evolve attraverso l’esercizio e l’attitudine al confronto, e la migliore palestra è quella della lettura.

 

 

 

 

Riproducibile con citazione della fonte